Castello di Carimate Dossier storico · MCCCXLV
Approfondimento

«Big Generator»: il disco degli Yes nato a Carimate

Il Castello di Carimate visto da Piazza Castello, nel centro storico del paese
Il castello visto dalla piazza del paese: l'edificio in cui gli Stone Castle Studios lavorarono fino al 1987. Foto: Maurizio Moro5153, CC BY-SA 4.0 – ridimensionata.

Il credito internazionale più famoso, e il più fragile

Fra tutti i dischi passati per il Castello di Carimate, quello che ricorre più spesso nelle citazioni internazionali è «Big Generator» degli Yes, pubblicato nel 1987. È anche, a leggere le fonti, quello che al castello deve meno.

Le sessioni cominciarono in Italia nel 1985, sull’onda del successo di «90125», con Trevor Horn alla produzione. Da lì in poi la lavorazione si sposta: prima a Londra, dove Horn abbandona il progetto, poi a Los Angeles, dove l’album viene completato nel 1987 da Trevor Rabin insieme al produttore Paul DeVilliers.

Che cosa andò storto

Il trasferimento a Carimate era stato un’idea di Rabin, e non tutta la band la condivideva. Il chitarrista ha in seguito ricordato quel periodo italiano come «a bit of a party period», con pochissimi risultati concreti – un giudizio netto da parte di chi l’aveva proposto.

Il meccanismo è riconoscibile a chiunque conosca la logica degli studi residenziali. L’assenza di vincoli di orario è un vantaggio quando il gruppo ha un’idea chiara di dove sta andando: si lavora quando la sessione funziona, senza guardare il turno prenotato. Diventa un problema quando quell’idea manca, perché niente costringe più a prendere decisioni. Un turno di studio che scade è, fra le altre cose, una scadenza; toglierla significa togliere anche la pressione che chiude i dischi.

Gli Yes del 1985 arrivavano da un album di enorme successo e da tensioni interne su quale direzione prendere dopo. Erano, in altre parole, il caso in cui l’isolamento amplifica il problema invece di risolverlo.

Un giallo nei crediti

C’è un dettaglio che le fonti non risolvono. La scheda dell’album indica come studio di Carimate i «Lark Recording Studios», mentre le fonti italiane e la memoria locale parlano di Stone Castle Studios. Le due denominazioni si riferiscono con ogni probabilità alla stessa struttura, sotto gestione o insegna diversa nella fase conclusiva della sua attività – gli studi chiusero proprio nel 1987, e i passaggi di gestione precedono di norma le chiusure.

La discrepanza vale la pena di essere segnalata invece che appianata, perché è il tipo di traccia che i cambi societari lasciano nei crediti discografici, e perché chi cerca l’album partendo dal nome dello studio rischia altrimenti di non trovare il collegamento.

Il contrasto con il resto del decennio

Il caso Yes è istruttivo anche perché è l’eccezione. Nello stesso decennio la struttura ospitò una parte consistente della musica italiana – fra i nomi ricorrenti Lucio Dalla, Pino Daniele, i Pooh, Mia Martini – e produsse lavori che uscirono regolarmente, fra cui viene ricordato «Creuza de mä» di Fabrizio De André. Paul Young è l’altro nome straniero che compare nelle ricostruzioni.

Il modello residenziale, insomma, funzionava. Con «Big Generator» si è incontrato con un gruppo in crisi di direzione, ed è quello, non l’acustica delle sale né la strumentazione, a spiegare l’esito.

Due anni per un disco, e che cosa costano

La gestazione di «Big Generator» copre circa un biennio, dal 1985 alla pubblicazione nel 1987, distribuito su tre città e con un cambio di produttore in corsa. Per l’epoca è una lavorazione lunga e, soprattutto, costosa: ogni trasferimento comportava rimontare il lavoro in una struttura diversa, con attrezzature e acustiche non identiche, e la sostituzione di Trevor Horn con Trevor Rabin alla guida del progetto implicava rimettere in discussione scelte già prese.

Il conto si legge anche nel risultato commerciale. Il disco uscì quattro anni dopo «90125», in un mercato che nel frattempo era cambiato, e non ne ripeté la portata. Il ritardo, più che la qualità delle sessioni italiane, è il fattore che le ricostruzioni indicano come determinante.

Perché la storia va raccontata così

Sarebbe più comodo elencare «Big Generator» fra i dischi incisi al castello e passare oltre: il titolo è noto, la band è internazionale, il collegamento fa effetto. Il seguito documentato lo smentisce in parte, e restituisce qualcosa di più interessante di un elenco di nomi – il ritratto di come funzionava davvero uno studio residenziale, con i suoi vantaggi e il modo preciso in cui potevano rivoltarsi contro chi ci lavorava.

Il decennio degli Stone Castle Studios regge benissimo anche senza quella citazione. Anzi: regge meglio raccontandola per intero.

Domande frequenti

Gli Yes registrarono davvero «Big Generator» a Carimate?

Vi cominciarono le sessioni nel 1985, con Trevor Horn alla produzione. La lavorazione si spostò poi a Londra, dove Horn lasciò il progetto, e l'album fu completato a Los Angeles nel 1987 da Trevor Rabin insieme al produttore Paul DeVilliers.

Perché alcune fonti citano i «Lark Recording Studios»?

La scheda dell'album indica come studio di Carimate i Lark Recording Studios, mentre le fonti italiane e locali parlano di Stone Castle Studios. La spiegazione più probabile è che si tratti della stessa struttura sotto denominazione o gestione diversa nella fase finale della sua attività.

Che cosa disse Trevor Rabin di quelle sessioni?

Le ha ricordate come «a bit of a party period», con pochissimi risultati concreti. Il trasferimento in Italia era stato una sua idea, non condivisa da tutta la band.

Quanto durò la lavorazione dell'album?

Circa due anni: iniziata nel 1985 sull'onda del successo di «90125», si chiuse con la pubblicazione nel 1987. Per un disco di quel periodo è una gestazione lunga, e la dispersione fra tre città ne è insieme causa ed effetto.

Chi altro registrò al castello in quegli anni?

Le ricostruzioni citano fra gli altri Lucio Dalla, Pino Daniele, i Pooh, Mia Martini e Paul Young; fra i dischi realizzati al castello viene ricordato «Creuza de mä» di Fabrizio De André.